Divario digitale in Italia: perché l’AI lo allarga
Il divario digitale in Italia cambia con l’intelligenza artificiale: i dati Istat ed Eurostat su persone e PMI, e cosa può fare una piccola impresa.
Il divario digitale in Italia è la distanza fra chi ha accesso alle tecnologie e le competenze per usarle nel lavoro e nella vita quotidiana, e chi non le ha. Per anni l’abbiamo misurato con il computer e internet. Oggi l’alfabetizzazione digitale comprende anche l’intelligenza artificiale: saper chiedere, controllare e usare quello che uno strumento di AI produce, e sapere quali dati non vanno inseriti.
I dati ufficiali dicono due cose. Le competenze digitali di base migliorano, ma restano sotto la media europea. L’uso dell’AI mostra forti divari per età e istruzione, e nelle imprese la distanza fra piccole e grandi sta crescendo. Chi era indietro con il digitale rischia di ritrovarsi più indietro con l’AI: vale per le persone e vale per le micro e piccole imprese, che spesso dipendono dalle competenze di poche persone chiave.
Cosa significa oggi alfabetizzazione digitale?
Fino a pochi anni fa voleva dire saper usare la posta, cercare un’informazione, compilare un modulo online. Sono ancora le basi. Uno strumento di AI generativa, però, scrive una bozza, riassume un contratto, propone una risposta a un cliente. Chi lo usa deve saper formulare la richiesta, riconoscere un errore plausibile, decidere cosa tenere e cosa scartare.
Gli indicatori ufficiali sulle competenze digitali non misurano direttamente queste capacità. Ma chi non ha le basi difficilmente arriva al livello successivo, ed è qui che il divario cambia forma.
Quanto è grande il divario digitale in Italia?
- Secondo Istat, Cittadini e ICT 2025, il 54,3% delle persone fra 16 e 74 anni risulta avere competenze digitali almeno di base: 8,4 punti in più rispetto al 2023, ma 6,1 punti sotto la media europea. L’obiettivo europeo è l’80% entro il 2030.
- Il divario per età è netto. Fra chi ha usato internet negli ultimi tre mesi, ha competenze almeno di base il 71,7% dei giovani fra 20 e 24 anni, il 49,1% delle persone fra 55 e 59 anni e il 27,4% di quelle fra 65 e 74 anni.
- Quello per istruzione lo è ancora di più: fra le persone fra 25 e 54 anni, ha competenze almeno di base l’86,1% di chi ha un titolo di studio elevato, contro il 33,5% di chi ha al massimo la licenza media.
Nel 2025 solo il 54,3% delle persone fra 16 e 74 anni risulta avere competenze digitali almeno di base. È il terreno su cui arriva l’intelligenza artificiale.
Perché l’intelligenza artificiale rischia di allargare il divario?
Perché si appoggia sulle competenze che già ci sono, e i numeri sull’uso lo mostrano.
Secondo Eurostat, nell’indagine 2025 ha dichiarato di aver usato strumenti di AI generativa nei tre mesi precedenti il 32,7% delle persone fra 16 e 74 anni nell’Unione europea e il 19,9% in Italia. L’Italia è penultima, davanti solo alla Romania. Nell’Unione li usa il 64% delle persone fra 16 e 24 anni e il 7% di quelle fra 65 e 74 (Eurostat, uso dell’AI da parte delle persone).
Istat aggiunge il dettaglio italiano sull’AI generativa. Fra le persone di 14 anni e più la usa il 17,8%, con il 51,2% fra i ragazzi fra 14 e 19 anni. Fra le persone di 25 anni e più, la quota è del 32% fra chi ha un titolo di studio elevato, del 14,6% fra i diplomati e del 3,6% fra chi ha al massimo la licenza media. Sul territorio, fra le persone di 14 anni e più, la quota è del 19,7% al Nord e del 14,6% nel Mezzogiorno.
Un calcolo mio, sui dati Istat: 32 diviso 3,6 fa circa 8,9. Fra chi ha almeno 25 anni, la quota di chi usa l’AI generativa è quasi nove volte più alta fra chi ha un titolo di studio elevato che fra chi ha al massimo la licenza media. Sulle competenze di base, fra 25 e 54 anni, il rapporto è di circa 2,6 (86,1 diviso 33,5). Le fasce d’età non coincidono, quindi il confronto è solo indicativo.
Conta anche il motivo del non uso. Fra chi non ha usato questi strumenti, il 59,9% indica la mancanza di necessità e il 21,6% il fatto di non saperli usare. Sono ostacoli diversi: il secondo si affronta con la formazione, il primo con esempi concreti presi dal proprio lavoro.
Cosa succede nelle piccole e medie imprese?
Il dato più chiaro viene dal rapporto Istat Imprese e ICT 2025, che riguarda le imprese con almeno 10 addetti nei settori coperti dall’indagine (per Istat le PMI sono quelle fra 10 e 249). Nel 2025 usa almeno una tecnologia di AI il 16,4% di queste imprese, il doppio del 2024. La crescita però non è uguale per tutti:
- le grandi imprese passano dal 32,5% al 53,1%;
- le PMI dal 7,7% al 15,7%.
Le PMI raddoppiano, eppure la distanza aumenta: circa 20 punti nel 2023, 25 nel 2024, 37 nel 2025. Istat osserva che per la maggior parte degli indicatori digitali la distanza fra piccole e grandi si riduce, mentre nell’adozione dell’intelligenza artificiale la distanza fra PMI e grandi imprese cresce.
Fra le imprese che hanno preso in considerazione l’AI senza adottarla, l’ostacolo segnalato più spesso è la mancanza di competenze (58,6%), davanti alla poca chiarezza delle norme (47,3%) e ai costi elevati (43,0%).
Un’altra ricerca segnala una scarsa preparazione delle PMI. Secondo l’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, maggio 2026, il 76% delle PMI non ha investito né prevede di investire nell’AI, e solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sull’AI per i dipendenti.
Le imprese sotto i 10 addetti non entrano nella rilevazione Istat, quindi questi numeri non dicono quanto l’AI sia diffusa nelle microimprese. Lì competenze e responsabilità vanno guardate impresa per impresa.
Perché è un tema di direzione, non di strumenti?
Perché l’AI tocca il lavoro di molte persone, non solo dei reparti tecnici. Uno studio della Banca d’Italia pubblicato nell’ottobre 2024 (Questioni di Economia e Finanza n. 878) stima in circa nove milioni i lavoratori italiani in occupazioni altamente esposte all’intelligenza artificiale, soprattutto nei servizi. È una misura di esposizione potenziale, non di effetti già osservati.
In una piccola impresa senza competenze interne il rischio è doppio: o l’AI non entra affatto, o entra dal basso, con ciascuno che la usa a modo suo e con dati dei clienti incollati dove capita.
C’è anche una ragione normativa. L’articolo 4 dell’AI Act chiede ai fornitori e alle organizzazioni che impiegano sistemi di AI di adottare misure per sviluppare l’alfabetizzazione sull’AI del personale e di chi opera per loro conto. Le misure dipendono da strumenti, ruoli e rischi, e non sono richiesti certificati (Commissione europea, domande e risposte sull’articolo 4). La formazione diventa una scelta della direzione. Sulle norme italiane entrate in vigore il 30 settembre c’è l’articolo sul D.Lgs. 160/2026.
Come recuperare terreno in una piccola impresa: cinque passi
- Fotografare il punto di partenza. Verificare chi usa già strumenti di AI, per cosa, con quali dati e con quali regole.
- Decidere dove partire. La direzione sceglie uno o due processi ripetitivi, con molte parole o molti dati (preventivi, risposte frequenti, sintesi di documenti, report interni), e assegna un responsabile.
- Scrivere regole d’uso brevi. Quali dati non entrano mai in uno strumento esterno, chi rilegge il risultato, chi firma.
- Formare sul lavoro vero. Affiancare chi conosce lo strumento a chi conosce il processo e i clienti, indipendentemente dall’età. Uno porta il metodo, l’altro il giudizio.
- Misurare prima e dopo. Registrare tempi ed errori prima di cominciare, fissare una verifica, per esempio dopo tre mesi, e decidere se proseguire, correggere o fermarsi.
Il percorso completo è nell’articolo su intelligenza artificiale in azienda: da dove partire. Se la direzione vuole farsi affiancare nella scelta dei processi, nella formazione e nel controllo dei risultati, è il lavoro del servizio di trasformazione digitale e AI.
Domande frequenti
Cos’è il divario digitale?
È la distanza fra chi ha accesso alle tecnologie e le competenze per usarle e chi no. Oggi riguarda meno la connessione e più le competenze, compreso l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale.
Quante persone in Italia hanno competenze digitali almeno di base?
Secondo Istat, nel 2025 il 54,3% delle persone fra 16 e 74 anni, 6,1 punti sotto la media europea. L’obiettivo europeo per il 2030 è l’80%.
Le PMI italiane usano l’intelligenza artificiale?
Ancora poco. Nel 2025 la usa il 15,7% delle PMI con almeno 10 addetti, contro il 53,1% delle grandi imprese, e la distanza è passata da circa 20 a 37 punti in due anni (Istat).
Da dove parte una piccola impresa per colmare il divario?
Dalle persone e dai processi, prima degli strumenti: capire chi usa già l’AI, scegliere una o due attività concrete con un responsabile, fissare regole d’uso e formare sul lavoro reale.
Se nella tua impresa l’AI la usa una sola persona, o nessuno, scrivimi a [email protected] indicando quanti siete, quale attività vi porta via più ore ogni settimana e come usate oggi l’AI. Ti rispondo con un primo orientamento sulle priorità da valutare e sulle competenze da sviluppare.
